Itinera Emilia

Itinera Emilia

Il Complesso Museale della Pilotta di Parma è un luogo straordinario.

Al suo interno la Biblioteca Palatina, il Museo Bodoniano, il Museo Archeologico, il Teatro Farnese e la Galleria Nazionale ospitano opere di rara bellezza.

Luogo imperdibile per se stesso, dunque, il Complesso dal 3 giugno è diventato un contenitore di lusso per l’estro di Piero Fornasetti (1913-1988), scultore, designer, ideatore di scenografie e costumi, arredatore d’interni e molto altro.

Le opere dell’atelier Fornasetti, oggetti del quotidiano rielaborati dalla fantasia dell’artista, sono esposte lungo un percorso tracciato all’interno del Complesso museale e ne appaiono parte integrante.

Il serpente del PECCATO ORIGINALE, un tema ricorrente nella produzione di Fornasetti, ci accoglie all’ingresso suggerendoci la via lungo lo Scalone Imperiale fino alla Galleria Petitot della Biblioteca Palatina.

Le scaffalature lignee colme di libri antichi della Biblioteca, fungono da cornice alle 21 vetrine schierate ordinatamente lungo questo antico corridoio. Al loro interno ammiriamo una teoria di oggetti che ci introducono all’opera di Fornasetti e ben rappresentano la vastità degli interessi dell’artista.

Tra richiami all’arte classica, alla musica operistica, al mondo vegetale e animale, al segno grafico, spicca la bellezza tonda e perfetta del viso di Lina Cavalieri (1875-1944), diva della Bella Epoque. Un viso che Fornasetti incontra sfogliando una rivista e che riprodurrà in infinite variazioni dai toni tragici o umoristici, scomposto e riproposto in contesti improbabili: una chiave di lettura del mood fornasettiano.

Anche il portale del Teatro Farnese è mutato in occasione di questo allestimento. Appare come una Porta del Paradiso laica decorata con mongolfiere, pierrot, lune, giraffe, edifici classici, frutta, vegetazione, scimmie e improbabili Adami ed Eve.

Un mondo magico ci avvolge oltrepassando la soglia.

Il clou della mostra è qui.

Questo è il Theatrum Mundi, il luogo in cui il dialogo antico-moderno attrae e stimola il visitatore lasciandolo libero di interpretare l’accostamento tra il rigore classico del Teatro Farnese e 600 piatti, infinite rielaborazioni del volto di Lina Cavalieri, tutti ordinatamente disposti sulle 14 gradinate dell’anfiteatro in abete rosso.

Al centro del boccascena è sospeso un telo di garza sottile su cui vengono proiettati tutti i soggetti e gli oggetti tipici della produzione Fornasetti. Ne risulta un video dall’impronta surrealista che ha come vero sfondo il faraonico backstage del Farnese, concepito nel Seicento per ospitare straordinarie macchine da scena. Uno spazio che traspare da dietro il velo e accentua l’avvolgente dimensione onirica dell’allestimento.

Il percorso che conduce alla Galleria Nazionale è popolato di gatti e cani sonnacchiosi, di mille colori, che guardano con benevolenza noi e le opere a cui sono accostati.

E di nuovo oggetti: paraventi, portaombrelli, tappeti, sedie e fantastici trumeaux-bar, frutto della collaborazione di Fornasetti con Giò Ponti.

Una vicinanza tra moderno e classico mai stridente. Un connubio inusualesorprendentemente poetico.

Da non perdere.

La mostra Theatrum Mundi rientra negli eventi legati a Parma Capitale italiana della Cultura 2020+21 ed è visitabile fino al 14 febbraio 2021. Può essere facilmente inserita in uno degli Itinerari che proponiamo per la città di Parma.

Giovedì, 15 Ottobre 2020 11:19

Il Cristo Ri-Velato si svela a Parma

Parma 2020+21 si arricchisce di una prospettiva speciale.

Una nuova opera, il Cristo Ri-Velato, incrementa l’offerta culturale della nostra città.

Nato nel 2010 dalla sensibilità dello scultore non-vedente Felice Tagliaferri e in dialogo con il Cristo Velato della Cappella Sansevero di Napoli, il Cristo Ri-Velato, grazie alla generosità del suo autore, offre agli appassionati d’arte una modalità di fruizione assolutamente inusuale: un’esperienza tattile.

Esposto nel transetto di quello straordinario scrigno che è la chiesa di San Giovanni Evangelista in Parma, è a disposizione, con visite guidate dedicate, di tutti gli amanti dell’arte con deficit di vista o normodotati.

Se per i non-vedenti e gli ipo-vedenti l’utilizzo del tatto è fondamentale nell’approccio col mondo, il Cristo Ri-velato, cioè doppiamente svelato, rappresenta per i normodotati un’opportunità di ampliamento dell’esperienza estetica che conduce a un rapporto più intimo con l’opera stessa.

Un’esperienza che le nostre guide hanno vissuto in prima persona.

Cosa stiamo facendo? Stiamo imparando a vedere con le mani.

Ci stiamo allenando a costruire un’immagine mentale che rappresenti l’oggetto che stiamo toccando.

Stiamo studiando per supportare nel miglior modo possibile chi lo chiederà.

Come? Introducendo l’opera, descrivendo il necessario, accompagnando fisicamente il tocco in una sequenza corretta e rispondendo a eventuali domande.

E facendoci sgridare dai nostri istruttori, perché parliamo troppo!

Felice Tagliaferri ci ha insegnato l’importanza dell’essenzialità della parola. Perché l’esperienza della Bellezza è personale, intima.

Una nuova avventura per Itinera Emilia che, grazie alla fiducia accordataci dall’organizzatrice dell’evento Dott.ssa Paola Maccioni e dal Lions Club Farnese e dal Lions Club Bardi Valceno, curerà visite tattili per non vedenti, ipovedenti e per chiunque vorrà fare un’esperienza più completa dell’Arte.

Per chi frequenta Parma e la sua Bassa non sarà una novità.

Le pianure che costeggiano il lato sud del fiume Po oltre a regalarci il nobile Culatello di Zibello sono famose per altri salumi, meno conosciuti ma innegabilmente prelibati.

La Mariola è uno di questi.

Spesso descritta come un cotechino più grande della norma, ne differisce nel contenuto e nel contenitore.

L’impasto è macinato fine, composto da carni nobili come lo stinco, il musetto, i guanciali, le rifilature rimaste dalla lavorazione del Culatello e una minima quantità di cotenna.

Viene insaccata utilizzando il budello cieco che, grazie alla sua struttura doppia con un’intercapedine formata da un sottile strato di grasso, ne conserva la straordinaria morbidezza.

La stagionatura avviene nelle stesse cantine umide riservate al Culatello ma per lo scarso utilizzo di sale, rimane un salume difficile da portare ai 10-11 mesi necessari per apprezzarlo al meglio.

E’ facile che si guasti.

Questa peculiarità l’ha sempre catalogata tra i ‘salumi da ricchi’, gli unici che potevano permettersi di perdere carne pregiata.

Cotta, rappresenta il piatto tipico per il pranzo di Capodanno nelle zone rivierasche del Po.

Sono necessarie 4 ore di cottura a fuoco lento per mantenere la struttura pastosa della carne e conservarne la dolcezza.

Si serve con la tradizionale mostarda di pere o di mele leggermente piccante della Bassa, che ne esalta il sapore delicato con sentori di Fortana, vino frizzante locale.

Si apprezza anche con le salse verdi a base di prezzemolo, di aceto o con la più moderna maionese.

Un prodotto unico, assolutamente da provare.

Sant’Ilario di Poitiers: chi era? Perché un Santo francese è patrono di Parma? La nostra città lo festeggia 13 gennaio, proprio oggi.

Per la gioia dei piccoli, ma anche dei grandi, in questi giorni nelle vetrine dei panifici e delle pasticcerie di Parma appaiono dei dolci particolari: biscotti di pasta frolla a forma di piccola scarpa, ricoperti di cioccolato o glassa colorata. Che strano! Come mai?

Cerchiamo di rispondere a queste domande andando con ordine. Sant'Ilario nacque a Poitiers all’inizio del IV secolo da una famiglia pagana di alto lignaggio. Studiò i filosofi greci ma fu la lettura della Bibbia che lo portò a un passo decisivo: la conversione al Cristianesimo. Venne acclamato Vescovo della sua città nel 353.

A causa della sua battaglia contro l’eresia ariana fu esiliato in Frigia (una parte dell’attuale Turchia) dove rimase per alcuni anni.
Si suppone che proprio durante il viaggio di rientro in patria, si ritrovò a passare per Parma dove, come riporta la narrazione popolare, trovò riparo per la notte a casa di un ciabattino.
Pur essendo un personaggio importante, viaggiava lungo la Via Emilia da solo, come un semplice pellegrino.
Quando il padrone di casa vide le misere condizioni delle scarpe di Ilario, gliene regalò un paio nuovo.
Aveva ancora tanta strada da fare … La mattina seguente il Vescovo partì che faceva ancora buio e solo al suo risveglio il ciabattino vide che le scarpe vecchie e consunte del suo ospite si erano trasformate in scarpe d’oro! La sua generosità era stata ben ripagata.
Sant’Ilario è il principale patrono di Parma. Forse il culto venne assimilato dai Francesi, presenti in Italia nel XIII secolo, ma sicuramente il racconto del suo transito per Parma e del miracolo svolsero un ruolo importante nella scelta che parrebbe risalire al 1266.

Le dolci scarpette di Sant’Ilario ogni anno ci ricordano questo avvenimento.
Siamo a Parma, nominata Città Creativa della Gastronomia dall’Unesco nel 2015 quindi nulla di strano che la memoria di un episodio sacro si traduca in una tradizione legata al cibo.
E così le domande poste all’inizio hanno trovato una risposta.
Cosa resta, oltre alle scarpette, a ricordarci il nostro Santo Patrono?
Diversi dipinti e affreschi nelle chiese cittadine tra cui la Cattedrale (Correggio) e San Giovanni Evangelista (Parmigianino), l’antica memoria di una chiesa, a ovest della città, a lui dedicata e non più esistente.
Nel 1663, presso la cappella dell’Ospedale Vecchio sorto lungo il tracciato della via Emilia, si edificò l’Oratorio di Sant’Ilario dove il culto del Patrono di Parma venne trasferito. La chiesa è un piccolo gioiello che vale la pena visitare. Completamente decorata in stile barocco, conserva al suo interno due sculture che raffigurano il Santo, una risalente al XV secolo e l’altra ottocentesca.

L’oratorio rappresenta una tappa fondamentale nel nostro itinerario in Oltretorrente, un quartiere caratteristico di Parma dove si trovano altri bellissimi luoghi di culto.
Saremo felici di accompagnarvi alla loro scoperta!

Lunedì, 11 Gennaio 2021 12:28

La Madama del Palazzo

Quante volte l’abbiamo visto nei TG? Palazzo Madama (ex Palazzo Medici), splendido edificio nel cuore di Roma, attuale sede del Senato della Repubblica.

Cosa lo lega a Margherita d’Austria? Figlia naturale e ribelle dell’Imperatore Carlo V, vedova giovanissima di Alessandro De’ Medici, sposa riottosa di Ottavio Farnese, Governatrice illuminata delle Fiandre e madre fiera del grande condottiero Alessandro.

Personaggio di grande carisma, Margherita veniva comunemente chiamata Madama. Palazzo Medici, avuto in eredità dal primo marito e sua residenza romana prese da lei questo nome e lo mantenne per sempre.

Come mai una giovane sposa risiedeva lontano dal suo legittimo consorte?

Come molte nobildonne dell’epoca Margherita, che era nata a Oudenaarde nelle Fiandre da una relazione di Carlo V con una giovane borghese, fu per il padre una pedina da utilizzare nello scacchiere politico europeo.

Alessandro de’ Medici, che sposò a 14 anni, fu assassinato dopo solo un anno di matrimonio. Lasciò alla moglie palazzi, feudi e gioielli, tra cui alcune gemme straordinarie appartenute a Lorenzo il Magnifico, oggetti per cui Margherita aveva una vera passione.

Carlo V non perse tempo e la fidanzò con Ottavio Farnese, nipote del potentissimo Papa Paolo III, cercando così di risolvere i problemi che il Papato e la famiglia Farnese gli creavano.

Margherita non gradì affatto l’idea di sposare quel, come ella stessa scrisse al padre, “piccolo, sporco e rozzo” Farnese. Fece di più, si rifiutò di firmare il contratto matrimoniale, minacciò “me butterò a mare” e smise di vestire a lutto solo il giorno del matrimonio, celebrato da Paolo III nel 1538 nella Cappella Sistina. Nessuno la sentì pronunciare: “Sì”.

Si dice che fu necessario l’intervento del suo confessore, Ignazio di Loyola, per convincerla ad accettare e consumare il matrimonio. Frutto dell’unione con Ottavio saranno 2 gemelli. Sopravviverà solo Alessandro, che erediterà dal padre il Ducato di Parma e Piacenza e diventerà famoso come uomo d’armi a servizio dello zio Filippo II.

La Galleria Nazionale di Parma conserva un dipinto attribuito a Sebastiano del Piombo che ritrae Margherita in una muta conversazione col padre, il cui busto è collocato in una nicchia, di fianco alla Duchessa.

Carlo è mesto, con le labbra all’ingiù, rattristato da questa figlia disobbediente.

Margherita è rigida ma rassegnata come simboleggia la posizione del guanto, quasi completamente sfilato dalla mano destra, la mano del potere. Testimone definitivo della resa, il ventre arrotondato dalla gravidanza.

Margherita non apprezzò mai la compagnia di Ottavio. Entrò a Parma solo nel 1550 e nel 1558 venne posta la prima pietra di Palazzo Farnese, a Piacenza, dove la Duchessa preferiva abitare rimanendo lontana dal marito.

Visse a lungo a Roma e poi nelle Fiandre, di cui fu nominata Governatrice dal fratello Filippo. Stanca della vita pubblica si ritirò nel suo feudo abruzzese, nella città di Ortona, dove morì il 18 Gennaio 1586.

Riposa nella Chiesa di San Sisto a Piacenza celebre per aver ospitato la Madonna Sistina di Raffaello.

Erede della sua fortuna fu il figlio Alessandro. I magnifici gioielli, gli arazzi e le gemme che Margherita tanto amava giunsero a Parma da Palazzo Madama, entrando a far parte delle collezioni farnesiane che contribuirono a rendere la nostra città una tappa obbligata del Grand Tour, quel viaggio culturale che tutti i giovani aristocratici europei dovevano compiere per perfezionare la loro educazione.

Vi piacerebbe visitare Parma come i giovani nobili del ‘700? Partecipate al nostro Grand Tour! 

Giovedì, 28 Gennaio 2021 10:45

Andare a Canossa: le origini

“Andare a Canossa”. Quante volte abbiamo sentito questa espressione?
Quale storia, quali eventi si celano dietro questa frase?
Tradotta in tante lingue diverse, ha un significato comune: fare penitenza.
Ma cosa si intende? E perché proprio Canossa?
Scopriamolo insieme.

Quando? Torniamo indietro nel tempo, all’Età di Mezzo, nel gennaio del 1077.
Dove? Questo è chiaro, a Canossa, nel Castello arroccato sulle colline a sud di Reggio Emilia.
Chi? Tanti personaggi e tutti importantissimi.
Parliamo del Papa, Gregorio VII, del Re, futuro Imperatore Enrico IV, della padrona di casa, la contessa Matilde, di Ugo Abate di Cluny, il più potente monastero dell’epoca.

Perché? Questo è il punto cruciale.

Dal 1075 Papa e Imperatore erano ai ferri corti.
Gregorio VII aveva unilateralmente cambiato le regole sull’elezione dei vescovi riservandola esclusivamente al Papa.
Enrico non era della stessa opinione.
Accusò Gregorio dei più atroci abomini e ne chiese, assieme ai Vescovi tedeschi che lo appoggiavano, le dimissioni.
La risposta del Papa non si fece attendere: Enrico venne scomunicato.

Che cosa comportava quest’atto? La scomunica, se coinvolgeva un potente, aveva due conseguenze: questi era espulso dalla Chiesa e, ancora peggio, cessava il vincolo di fedeltà dei sudditi nei suoi confronti.
Enrico non poteva permetterselo.
Decise quindi di raggiungere il Papa e chiedere il suo perdono, così da riottenere i suoi pieni poteri.

Il Papa era partito l’8 gennaio 1077 per la Germania, dove intendeva incontrare i Vescovi a lui fedeli. Ma era inverno e il viaggio venne rallentato dal brutto tempo.Gregorio si trovava a Mantova quando fu raggiunto dalla notizia che il Re era ormai in pianura padana.
Pensò quindi di fare retromarcia verso Roma, fermandosi lungo il cammino nel castello di Canossa, dimora principale della sua alleata, la contessa Matilde.
Grazie alla mediazione della Contessa, cugina di Enrico e di Ugo da Cluny, suo padrino di Battesimo, il Papa accettò di incontrare il Re penitente.

L’episodio è famoso.
Dopo averlo lasciato 3 giorni al freddo e al gelo, vestito solo di un saio e a piedi nudi nella neve, il 28 gennaio 1077 Gregorio VII accolse Enrico a Canossa e lo reintegrò nella Chiesa cancellando la scomunica.
Non avrebbe potuto fare diversamente visto che il Re aveva seguito alla lettera la  procedura di penitenza prevista in questi casi.

L’evento iniziò ad essere decantato dalla Riforma protestante nel ‘500 e reso definitivamente celebre dalla frase che il Cancelliere tedesco Bismarck pronunciò nel 1872 per sottolineare l’indipendenza del Reich: “Noi non andremo a Canossa, né con il corpo né con lo spirito”.

Cosa resta di tutto questo?
Una frase divenuta universalmente proverbiale e le rovine di un castello situato in una posizione mozzafiato.

Volete conoscere meglio la Contessa Matilde e i luoghi dove è vissuta? Ecco la nostra proposta di visita guidata…

Il legame tra Renata Tebaldi e Parma iniziò molto presto.
Pur essendo nata a Pesaro il 1° febbraio 1922, il futuro famoso soprano trascorse la sua infanzia a Langhirano e, a 17 anni, iniziò a studiare Canto presso il Conservatorio Arrigo Boito di Parma.
Un percorso che, nonostante le resistenze della madre contraria a un futuro sulle scene per la figlia, la vide già nel 1945 esibirsi sul palco del Teatro Regio di Parma.
Fu l’inizio di una storia d’amore tra la soprano dagli occhi color zaffiro e la voce di velluto e i melomani cittadini che la chiameranno per sempre, semplicemente, la Renata.

Voce d’angelo. Così la definì Arturo Toscanini nel 1946, dopo averla diretta nel Te Deum di Verdi per il concerto di riapertura della Scala di Milano, mettendo il suo sigillo sulla carriera di una delle voci liriche più conosciute nel mondo. Qualche tempo dopo, l’arrivo nei teatri italiani e in particolare alla Scala, della Callas, diede vita a una rivalità a cui Renata decise di sottrarsi, accettando di lavorare negli Stati Uniti. Il pubblico di oltreoceano la seguì da subito numeroso, tanto che venne affettuosamente chiamata “Miss Sold Out”
Anche il suo barboncino, New II, divenne molto popolare. Era solito accompagnare con uggiolati (intonati ovviamente) i vocalizzi con cui la Tebaldi scaldava la voce prima di andare in scena.
Renata conquistò l’America che la ricompensò con una stella incastonata sulla Walk of Fame di Hollywood.

La sua ultima performance al Teatro Regio di Parma fu nel 1962.
Cantò la Bohème, diretta da Arturo Basile, uno dei suoi amori complicati.
Il terzo atto, il modo in cui il soprano interpretò lo strazio dell’abbandono, conquistarono definitivamente il pubblico di Parma. Le vicende personali dell’artista emergevano nel canto, toccando i cuori.

Dopo un anno di riposo la Tebaldi ritornò sul palcoscenico proprio al Met.
Non solo l’antica rivale Maria Callas le inviò un telegramma di incoraggiamento ma, al termine dell’opera, si recò dietro le quinte per complimentarsi.
Un gesto che segnò la definitiva riconciliazione tra le due dive.

Anche il suo addio alle scene fu un trionfo. Avvenne nel 1976 alla Scala, con un indimenticabile concerto di beneficenza a sostegno dei terremotati del Friuli.

Donna di gran classe, durante la sua vita accumulò foto, gioielli, abiti, ricordi di una carriera straordinaria ora ospitati nel Museo Renata Tebaldi, presso la Scuderie di Villa Pallavicino nella Busseto di quel Verdi che tanto amava.

La musica, l’opera, passioni che hanno radici profonde nel nostro territorio. Se volete saperne di più, informatevi sui nostri percorsi PASSEGGIATE MUSICALI IN CITTÀ o ITINERARI VERDIANI

Lunedì, 26 Novembre 2018 12:28

Aceto Balsamico Tradizionale di Modena

Il consorzio di Modena garantisce la qualità e l'utilizzo del metodo tradizionale per la produzione di questo magico condimento, che è un vero toccasana per il palato e per lo spirito.

L’aceto balsamico tradizionale nasce dal solo mosto d’uva cotto che, lentamente, anno dopo anno, viene affinato in botti di legno con travasi che conferiscono al prodotto sapori unici : degustarne i diversi gradi di maturazione è un’esperienza per veri gourmet.

Lunedì, 04 Febbraio 2019 16:34

Castell’Arquato (Piacenza)

Una passeggiata nel borgo medievale di Castell'Arquato vi permetterà di ammirare panorami da sogno e autentiche perle della storia Medievale, in un’atmosfera sospesa tra passato e presente.

Percorrendo viuzze e strade acciottolate, si incrociano il Torrione Farnesiano, il Palazzo del Duca, l’ex Ospedale di Santo Spirito (ora sede del Museo Geologico), fino a giungere alla scenografica piazza sulla quale si affacciano i tre simboli della città: la Chiesa della Collegiata, simbolo del potere religioso, la Rocca Viscontea, simbolo del potere militare, e il Palazzo del Podestà, simbolo del potere politico.

Oltre ai monumenti e al paesaggio della Val D’Arda, il borgo offre eccellenti degustazioni di vini, inaspettati omaggi musicali e tante occasioni di rievocazioni storiche e tematiche.

E’ inoltre inserito nel Parco Regionale del Piacenzano, zona protetta  e ricca di affioramenti di rocce sedimentarie con un età che varia tra i 3,5 e 1,8 milioni di anni fa.

L’itinerario permette di ripercorrere le tracce di una delle più grandi figure di donna dell’epoca medievale, la contessa Matilde di Canossa. Tra l’XI e il XII secolo Matilde resse uno stato potente, che da Mantova giungeva fin quasi a Roma, difeso da un sistema fortificato di castelli e torri. Molti di questi luoghi oggi sono in rovina, ma il territorio preserva ancora le tracce di quel glorioso passato.

Anche i nomi dei luoghi evocano vicende ed episodi della storia: Canossa, famosissima per l’incontro tra Enrico IV e Papa Gregorio VII nel 1077, pur se in rovina si erge ancora possente sull’alta rupe che domina l’orizzonte e un paesaggio reso ancora più suggestivo dalla presenza dei calanchi.

Bianello

Unico castello ancora visibile delle fortificazioni che si ergevano su quattro colli dominanti l’attuale paese di Quattro Castella, dove, ogni anno, si rievoca la nomina di Matilde a vicaria d’Italia da parte dell’Imperatore Enrico V. L’episodio è rappresentato attraverso il Corteo Storico Matildico di Quattro Castella a fine primavera.

Carpineti

Altro possente castello oggi ridotto a poche rovine ma immerso in un paesaggio mozzafiato, ancora ricco di suggestioni per la presenza di case-torri e di antiche pievi.

Rossena

Riconoscibile dal colore rosso della roccia su cui è posto, il castello di Rossena si è preservato nel tempo conservando il possente aspetto originario. Poco lontano, raggiungibile a piedi, si erge la torre di avvistamento di Rossenella, che faceva parte del sistema difensivo del territorio matildico.

Altri castelli e residenze fuori porta

Montecchio: edificato nell’epoca di Matilde, il castello conserva l’aspetto medievale. L’itinerario include la visita ai sotterranei e la salita al Torrione.

Scandiano: nel castello nacque il poeta Matteo Maria Boiardo, qui alloggiarrono Francesco Petrarca, Calvino e Papa Paolo III Farnese. Giovan Battista Aleotti gli diede le forme attuali e gli Este lo trasformarono in una elegante residenza signorile.

Correggio: qui si trova lo splendido Palazzo dei Principi, dimora dei da Correggio, signori di queste terre nell’epoca rinascimentale.Vi si accede attraverso l’elegante portale cinquecentesco.

Novellara: da fortezza medievale a residenza signorile sotto i Gonzaga, la Rocca di Novellara, con sale riccamente decorate a grottesche, ospita un museo che conserva splendidi vasi da farmacia del XVI secolo, un piccolo teatro dell’Ottocento e opere di Augusto Daolio, indimenticato leader del complesso “I Nomadi”.

Guastalla: il Palazzo Ducale, di fondazione quattrocentesca, giunse al suo massimo splendore nella seconda metà del Cinquecento, sotto Ferrante II Gonzaga. L’edificio è attualmente in corso di restauro.

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